Via libera della Camera alla riforma del lavoro

Dopo la lunga seduta alla Camera per il voto di fiducia al testo sulla riforma del Lavoro del ministro Elsa Fornero, è arrivato il via libera dal primo ramo del Parlamento. 393 deputati hanno votato "sì", 74 "no" e 46 si sono astenuti. La riforma ha incassato il voto favorevole di Pd, Pdl, Fli, Udc, e del gruppo dei Responsabili di Popolo e territorio. I no sono arrivati da Idv e Lega. Leggi L'intervista del ministro Fornero al WSJ - Leggi Il duro editoriale del WSJ sulla riforma del lavoro - Leggi Più Fornero, meno Grillo - Leggi La mia morosa ideale di Giuliano Ferrara
13 AGO 20
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Dopo la lunga seduta alla Camera per il voto di fiducia al testo sulla riforma del Lavoro del ministro Elsa Fornero, è arrivato il via libera dal primo ramo del Parlamento. 393 deputati hanno votato "sì", 74 "no" e 46 si sono astenuti. La riforma ha incassato il voto favorevole di Pd, Pdl, Fli, Udc, e del gruppo dei Responsabili di Popolo e territorio. I no sono arrivati da Idv e Lega. Tra le dichiarazioni di voto espresse dai banchi della Camera, quella del leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che ha definito l’odierna richiesta di voto “truffaldina e ricattatoria” poichè predisposta su di un testo che di “riforma” avrebbe ben poco. Il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, ha detto: “E' l'ultima volta che votiamo una fiducia che cala come una mannaia sulla libertà di espressione del Parlamento. Siete tecnici, non siete consules al di sopra della legittimità democratica". Il Popolo della Libertà, infatti, nonostante il formale appoggio al nuovo provvedimento sul mercato del lavoro, si è molto diviso al suo interno. Quasi la metà dei deputati del partito di Angelino Alfano non ha votato la riforma.
La riforma del mercato del lavoro è diventata legge dello Stato, al termine di un percorso defatigante, durato cinque mesi tra trattative con le parti sociali e iter parlamentare. Sull’efficacia del provvedimento è difficile fare previsioni. Da sponde opposte, la Cgil e la Confindustria, sostengono che non servirà a creare nuovi posti di lavoro, ma questa è solo una banalità. L’offerta di lavoro è determinata dall’andamento dell’economia, com’è ovvio. I meccanismi di incontro tra domanda e offerta servono, se funzionano, a rendere più fluido il mercato del lavoro e su questo aspetto esistono nelle norme in via di approvazione aspetti critici, largamente enfatizzati, ma anche importanti semplificazioni. Quello che invece balza agli occhi è il clima teso e la sfiducia diffusa che hanno caratterizzato la discussione di un argomento tanto rilevante soprattutto per il futuro e l’occupazione dei giovani, oggi esclusi in una quota impressionante dal mercato del lavoro.
Le forsennate campagne su “Fornero al cimitero”, la strumentalizzazione della difficoltà a definire gli effetti della riforma delle pensioni sui lavoratori sospesi per effetto delle crisi aziendali (i cosiddetti esodati), la rozzezza non solo verbale del presidente degli industriali che parla di “boiate” invece di impegnarsi a indicare con precisione i punti critici di un provvedimento comunque indispensabile, hanno creato un senso comune falso ma diffusissimo, secondo il quale la riforma del mercato del lavoro è solo una concessione alle richieste europee, o meglio tedesche, un cedimento e non una correzione di un meccanismo che ostacola oggettivamente e da decenni gli investimenti produttivi in Italia. Naturalmente sarà la pratica concreta a dire se la legge va bene com’è o richiede aggiustamenti dettati dall’esperienza. Quello che comunque tutti dovrebbero considerare con soddisfazione è il fatto che, finalmente, finisce una lunga fase di incertezza, che ha impedito alle aziende, poche o tante che siano, interessate ad assumere personale a tempo determinato, a farlo, in attesa di certezze su quel che è lecito e quello che non lo è. Ci saranno quelli che lamenteranno che così si apre di nuovo la via delle assunzioni “precarie”, ma in una situazione di crisi così ampia è evidente che è meglio un lavoro non ancora permanente che la disoccupazione. Così come è meglio una riforma imperfetta che niente.